Quanto pesano questi lunghi mesi di pandemia, pieni di ansia, di sacrifici e di debolezza? Dovrebbero pesare molto, tuttavia la memoria è corta, rimuoviamo in fretta il dolore (soprattutto quello che tocca gli altri), cambiamo pelle come si cambiano le mutandine. Questo è il vero dramma delle nostre vite, questo è quello che dovremmo davvero modificare. Abbiamo visto i morti, le bare sfilare, il lutto che ha stretto l’intero Paese, eppure non è bastato se ancora oggi quel senso di irresponsabilità attraversa, da Nord a Sud, tutto il paese. In molti la chiamano voglia di normalità, invece bisogna più semplicemente chiamare le cose con il loro vero nome: strafottenza. Ce ne freghiamo! Finché non tocca noi, la nostra famiglia, siamo salvi e  facciamo come vogliamo, andiamo dove ci pare e senza mascherina.

Adesso passerò dal noi al voi, perché così come bisogna chiamare le cose con il loro nome bisogna anche che ognuno si assuma le proprie responsabilità.

Io continuo ad osservare il distanziamento, frequento luoghi pubblici con la masche

rina, ho effettuato il vaccino, evito come la peste gli assembramenti.

Poi ci sono i giovani, che hanno tutto il diritto di divertirsi, di essere leggeri e sorridenti, ma che non hanno il diritto di mettere a rischio se stessi e la comunità che li circonda. Sono da condannare questi continui assembramenti in ogni dove, con musica sparata a palla, che ovviamente porta a ballare (però le discoteche sono chiuse).

E’ un Paese che rispecchia se stesso. Abbiamo la cultura e gli spazi artistici più belli del mondo ma frequentati da una nicchia di persone (bisogna dirlo) poi abbiamo tutto il resto (frequentato dalla massa). E allora come si fa ad invertire questa tendenza? E’ difficile, moltissimo. Quasi impossibile. Sensibilizzare, con costanza e senza sosta, dovrebbe essere la parola d’ordine. Altrimenti ci saranno sempre categorie di nicchia e poi la massa, che incessantemente si muove verso il nulla.